La
Chiesa e l'aldilà
Nota pastorale della Conferenza episcopale
dell'Emilia Romagna - 2000
INTRODUZIONE
Un problema nuovo
1. La famiglia oggi è
spesso impreparata ad affrontare momenti difficili come la morte di un
proprio familiare. Ancor più impreparata si trova di fronte a una
malattia improvvisa o a una morte tragica come quella per incidente
stradale.
Non solo essa si scopre impreparata di fronte alla morte
di un proprio membro, ma sembra oggi dichiarare più che in passato il
suo sconcerto, come di fronte a una assurdità. La famiglia moderna, in
particolare quella urbana, sembra essere diventata uno spazio troppo
stretto già dal punto di vista logistico e più ancora sotto il profilo
spirituale, per ospitare un evento tanto smisurato come quello della
morte.
2. L'imbarazzo a dialogare con un evento
così straordinario per la famiglia, quale la morte di un proprio
congiunto, è presente anche in molti cristiani. È l'aspetto su cui
oggi c'è maggior confusione, oscurità, dubbio, reticenza, rimozione
sia fra i non credenti, sia fra i credenti, anche se praticanti. Il
silenzio dei credenti sulla morte, sulla vita dopo la morte, sul
mistero dell'aldilà è tanto più ingiustificato e inopportuno quanto
più si incontrano persone che si interrogano sulla morte, su ciò che
ci attende dopo, sulla possibilità di vedere davvero il volto di Dio e
di rivedere il volto dei propri cari. Tale richiesta èparticolarmente
diffusa oggi nelle famiglie provate dalla morte violenta di un proprio
congiunto. È il caso della madre colpita della morte tragica di un
proprio figlio, senza riuscire a darsi una ragione, e che vorrebbe
poter comunicare con lui, ricevere una spiegazione, sapere come si
trova.
Diverse risposte
3. Tacere dunque o
parlare della morte, della vita dopo la morte, del nostro rapporto con
i defunti? Alla domanda su che cosa avvenga nell'altra riva della
morte, vengono date diverse risposte dalla cultura
contemporanea.
La prima è molto breve: «Niente». Dopo la morte c'è
il nulla. Con ciò si dice che la morte è il traguardo defmifivo e
nulla rimane della persona umana, non ne sappiamo nulla e non possiamo
dunque dirne nulla. La miscredenza totale o il prudente agnosticismo
hanno in comune una cosa: rispondono con un vuoto.
Alla censura
della domanda sulla vita dopo la morte corrisponde la tendenza ad
affermare un'escatologia intramondana. Si tratta di una tendenza ben
nota nella storia del pensiero occidentale con il sorgere e il
diffondersi di movimenti critici verso il cristianesimo e la religione
in genere, perché «elevando la speranza dell 'uomo verso una vita
ft£tura e fallace, lo distoglierebbe dall'edificazione della città
terrena» (GS 20: EV 1/1377). In tal modo l'uomo si pone nella
prospettiva di un «orizzontalismo messianico», che è una delle
espressioni più radicali della secolarizzazione del Regno di
Dio.
4. Bisogna riconoscere che, ai nostri
giorni, la fede dei cristiani viene scossa non solo da influssi che
devono essere considerati esterni alla Chiesa, ma anche da una sorta
di debolezza della speranza cristiana. Non mancano, infatti, alcune
nuove interpretazioni delle verità tradizionali riguardanti l'aldilà,
che i fedeli percepiscono come se in esse fossero messe in dubbio la
stessa singolarità di Gesù Cristo e la realtà della sua risurrezione.
È come se le luminose verità cristiane su Gesù Risorto, la
risurrezione dei morti, la comunione dei santi cadessero agli occhi di
tanti nostri contemporanei in una sorta di «penombra teologica». Tutto
ciò disorienta il popolo cristiano, che non riconosce più il proprio
vocabolario e le nozioni più farniliari alla propria esperienza.
In
questa situazione, i cristiani devono sentirsi investiti di una grande
responsabilità. Sono chiamati a essere uomini della speranza vera. Lo
ricorda l'apostolo Pietro: «Pronti sempre a rispondere a chiunque vi
domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15), imparando a
camminare «lieti nella speranza», come esorta l'apostolo Paolo (Rrn
12,12). La nostra fede perciò deve prendere il volto della speranza.
Il nostro essere cristiani si misura non solo sulla domanda: «Che cosa
credi?», ma anche su quella: «Che cosa speri?». In un mondo che
ha
smarrito il senso della speranza, i cristiani possono essere
significativi e comunicativi soltanto se si fanno «testimoni di
speranza». In fondo il mondo appartiene a chi gli offre la speranza
migliore.
Il nostro intento
5. L'intento di
questa Nota pastorale è quello di offrire un quadro di riferimento per
operare insieme, in piena comunione, seguendo una prassi comune tra le
varie diocesi della regione. Comportamenti divergenti favorirebbero
movimenti che pretendono di comunicare con l'aldilà, mentre
provocherebbero disagio e smarrimento negli stessi fedeli lasciati
nella loro incertezza e dubbio.
Viene chiamata in causa la missione
dei vescovi, il cui compito viene così indicato dal concilio Vaticano
II: «Nell'esercizio del ministero di insegnare, annunzino agli uomini
il Vangelo di Cristo, che è uno dei principali doveri dei Vescovi; e
ciò facciano, nella fortezza dello Spirito, invitando gli uomini o
confermandoli nella vivezza della fede. Propongano loro l'intero
mistero di Cristo, ossia quelle verità, che non si possono ignorare
senza ignorare Cristo stesso» (cf. CD 12: EV 1/596)
LE VERITÀ DIMENTICATE DELLA SPERANZA
CRISTIANA
Gesù Cristo nostra speranza
6. Perché il
cristiano spera? Qual è il segreto della nostra speranza? Su che cosa
si fonda questa speranza? Scrive l'apostolo Pietro ai cristiani del
suo tempo, messi aila prova nella loro fede dal clirna di
incomprensione se non di ostilità nei loro confronti:
«Sia
benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande
misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù
Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si
corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli
per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede,
per la vostra salvezza, prossima a rivelarsi negli ultimi tempi» (lPt
1,3-5).
Qui, immediatamente, la speranza non si identifica subito
con la virtù della speranza, quale virtù riguardante l'atteggiamento
del cristiano o virtù teologale, ma con un evento che le sta a
fondamento. L'evento «speranza viva» è l'affermazione della
«risurrezione. di Gesù Cristo dai morti». La nostra speranza ha dunque
un nome: Gesù Cristo Risorto.
Alla risurrezione di Gesù è
strettamente legata la nostra risurrezione. Gesù non risorge solo per
se stesso, risorge come «primizia dei risorti» (cf. ICor 15,20-23),
come il capo dell'umanità che deve essere rinnovata. L'apostolo Paolo,
che ha intuito con estrema lucidità ed espresso con forza appassionata
l'interdipendenza dei due misteri di fronte ai cristiani di Corinto
che incominciavano a nutrire qualche dubbio e perplessità, scriveva:
«Se i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non
è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri
peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi
noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da
compiangere più di tutti gli uomini. Ora invece Cristo è risuscitato
dai morti, primizia di coloro che sono morti» (ICor
15,16-20).
7. La risurrezione non è una verità
facile da accogliere. Non per nulla, nella Bibbia, la Rivelazione ha
impiegato molti secoli a prepararne la comunicazione e a vincere la
tradizionale diffidenza ebraica concernente una risurrezione dopo la
morte. L'insegnamento sulla risurrezione diventa esplicito all'epoca
del profeta Daniele (cf. Dn 12,2) e dei fratelli Maccabei, quando la
fede nella risurrezione dei morti è indicata come il fondamento della
pietà verso i morti: «Se non avesse avutoferma fiducia che i caduti
sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i
morti» (2Mac 12,44).
Fuori del mondo ebraico, la difficoltà ad
accogliere la risurrezione era legata alla cultura greca, che trovava
la sua espressione più intensa nella dottrina platonica
dell'irnmortalità dell'anima, accompagnata da una forte disistima per
la materia e per tutto ciò che è corporeo. Diventava arduo pensare che
l'anima liberata dalla carne ritornasse alla sua prigionia, e ancora
più arduo era vedere in questo ritorno un traguardo di gloria e di
gioia. Paolo stesso sperimenterà l'ostilità greca verso questa verità
della risurrezione dei corpi, andando incontro a un clamoroso
insuccesso: «Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni
lo deridevano, altri dissero: "Ti sentiremo su questo un'altra volta"»
(At 17,32).
Perciò la fede cristiana è, su questo punto,
provocatoria. E non può essere accettata facilmente da tutti, senza un
rinnovato annuncio. E noto che la formula del Credo, «Credo la
risurrezione della carne», è entrata nel Simbolo apostolico, e dopo di
esso in molti altri, per evitare un'interpretazione spiritualista
della risurrezione dei morti. Se anche ogni domenica i cristiani che
frequentano la messa ripetono: «Aspetto la risurrezione dei morti»,
non è detto che a tutti risuoni consapevolmente fino in fondo
l'autenticità di questa verità e il suo sconvolgente contenuto.
L'uomo chiamato alla risurrezione
8. Alla risurrezione
sono chiamati tutti. L'attesa della beata risurrezione, avviata
dall'evento del Cristo Risorto, «primogenito dei risorti», era così
viva nei primi cristiani che aveva portato alcuni a ritenerla
iruminente con la parusia del Signore, cioè con il suo ritorno nella
gloria, come ricorda l'apostolo Paolo (2Ts 2,1-3). E così a coloro che
erano preoccupati della sorte di quelli che nel frattempo venivano
colti dalla morte prima della parusia del Signore, l'apostolo Paolo
non manca di richiamare che la chiamata alla risurrezione riguarda
tutti, vivi e defunti: «Non vogliamo lasciarvi nell 'ignoranza,
fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad
affiiggervi come gli altri che non hanno speranza. Noi crediamo
infatti che Gesù è morto e risuscitato; così anche quelli che sono
morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui» (lTs
4,13-14).
Anzi, di fronte all'eventualità della sua stessa morte
prima della parusia del Signore, l'apostolo Paolo non nasconde ai
cristiani della comunità di Filippi il suo desiderio di morire per
essere con il Signore: «Per me infatti il vivere è Cristo e il morire
un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto,
non so davvero che cosa debba scegliere. Sono messo alle strette
infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere
sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio;
d'altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne»
(Fil 1,21-24).
Già prima dell'apostolo Paolo era maturata la
convinzione che la morte dei giusti non era la fine di tutto, ma
costituiva come una sorta di morte aperta alla vita, come ricorda la
lettura della Sapienza prevista per la liturgia funebre. Dopo aver
ricordato che la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo,
l'autore afferma: «Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun
tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la
loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro dipartita da noi una
rovina, ma essi sono nella pace» (Sap 3,1-3).
Certo, la morte resta
un fatto drammatico. Neppure per Gesù la morte è un avvenimento
sereno. Di fronte a essa, Gesù prova «paura, tristezza, angoscia» (cf.
Mt 26,37 e Mc 14,33). Gesù scoppiò in pianto per l'amico Lazzaro che
era morto (Gv 11,35). È perciò naturale che il cristiano soffra per la
morte delle persone che ama. Illuminata però dalla speranza della
comunione con il Signore Gesù, anche la morte non è più solo un fatto
che incute paura, ma una porta aperta, l'essere accolti nella casa del
Padre, come si esprime il vocabolario cristiano, fino a chiamare
«Beati quelli che muoiono nel Signore» (Ap 14,13). Nella tradizione
spirituale è addirittura frequente il pensiero alla bontà della morte
in quanto condizione e via verso la futura risurrezione.
La nostra comunione con i defunti
9. La cosfituzione
conciliare sulla Chiesa afferma: «Alcuni tra i suoi discepoli sono
ancora in cammino sulla terra, altri hanno lasciato questa vita e sono
sottoposti a punficazione, altri infine godono la gloria del cielo
contemplando chiaramente Dio stesso uno e trino così come egli è;
tutti però, in gradi e modi diversi, comunichiamo nella stessa carità
verso Dio e verso il prossimo e cantiamo al nostro Dio lo stesso inno
di gloria. Infatti coloro che sono in Cristo e ne possiedono lo
Spirito, formano insieme una sola Chiesa e in lui sono congiunti gli
uni gli altri. L'unione di quelli che sono ancora in cammino con i
fratelli che sono morti nella pace di Cristo non viene interrotta
dalla morte, ma, come da sempre crede la Chiesa, viene invece
consolidata dalla comunione nei beni spirituali» (LG 49: EV
1/419).
C'è quindi una reale comunione tra i vivi e i defunti:
comunione che si concretizza in uno scambio di beni spirituali. I vivi
possono aiutare i defunti nelle diverse forme con cui la tradizione ha
configurato la solidarietà cristiana verso i morti: preghiera, opere
di carità, in particolare la celebrazione della santa messa, memoriale
della Pasqua di Gesù. Così pregava S.Agostino nelle Confessioni
all'indomani della morte della madre, Monica: «Ispira, o Signore
mio... quanti mi leggeranno di ricordarsi di Monica, la serva tua, e
di Patrizio, un tempo suo sposo, per la cui carne mi introducesti in
questa vita» (Confessioni, 9,11,13).
All'aiuto offerto dai vivi ai
defunti corrisponde poi, in forza della stessa solidarietà, l'aiuto
dei defunti ai vivi, particolarmente quando la solidarietà è
potenziata da motivi di parentela, di amicizia, di affinità
spirituale: aiuto che però rientra sempre in quella «comunione nei
beni spirituali» di cui parla la costituzione sulla Chiesa del
Vaticano II, ed è analoga all'intercessione dei santi presso
Dio.
10. Chiedere aiuto alla preghiera dei
defunti, così come invocare l'intercessione dei santi è tutt'altra
cosa dall'evocare gli spiriti. Già nell'Antico Testamento, Dio aveva
proibito l'evocazione degli spiriti dei defunti (Dt 18,10-14; cf.
anche Es 22,17; Lv 19,31; 20,6.27). È molto noto il racconto con cui
il re Saul contro la sua stessa disposizione aveva voluto consultare
una donna negromante (cf. lSam 28,3-25). Anche gli apostoli mantengono
questa proibizione nel Nuovo Testamento in quanto rifiutano tutte le
arti magiche (At 3,6-12; 16,16-18; 19,11-21).
Il Concilio Vaticano
II, che raccomanda d'invocare le anime dei beati, ricorda anche
ripetutamente che il magistero della Chiesa si è dichiarato contro
ogni forma di evocazione degli spiriti (cf. LG 49, n. 148: EV
1/419).
Nel concilio Vaticano II, la corrunissione dottrinale
spiegò quello che si deve intendere con la parola «evocazione»; essa
sarebbe qualsiasi metodo «con cui si cerca di provocare con tecniche
umane una comunicazione sensibile con gli spiriti o le anime dei
deft£nti per ottenere notizie e diversi aiuti» (cf COMMISSIONE
TEOLOGICA INTERNAZIONALE, Problemi attuali di escatologia, 16 novembre
1991, in EV 13/531).
Anche il recente Catechismo della Chiesa
cattolica respinge l'evocazione degli spiriti dei morti tra le varie
forme e figure designate normalmente sotto il nome di spirifismo, e in
particolare contesta il ricorso ai medium come «volontà di dominio sul
tempo, sulla storia e infine sugli uomini» (CCC 2116), mentre la Nota
pastorale della Conferenza episcopale toscana parla dell'evocazione
delle anime dei defunti come di «una forma di alienazione dal presente
e una mistificavone della fede nell'aldilà» (Firenze, 15 aprile
1994).
I MOVIMENTI CHE PRESUMONO DI COMUNICARE
CON L'ALDILÀ
11. Fino a poco tempo
fa, le verità sopra ricordate riguardanti la speranza cristiana e la
visione cristiana dell'aldilà, bastavano a sostenere la fede e a dare
ragione della speranza. E non è da escludere che un ritorno nella
predicazione, nella catechesi e nello stile di vita dei cristiani
sulle verità dimenticate della speranza cristiana, possano ancora oggi
venire incontro a difficoltà, dubbi, incertezze in cui si muovono
credenti e non credenti, in particolare quando sono messi alla prova
dall'esperienza della morte tragica di un proprio familiare.
È vero
però che, soprattutto in questi nostri giorni, si vanno moltiplicando
comportamenti e movimenti di pensiero, che prospettano la possibilità
di un contatto con i propri defunti e che trovano accoglienza anche
fra i cristiani. Il fenomeno della ricerca di comunicazione con
l'aldilà è molto diffuso in Italia e sta interessando anche la nostra
regione emiliano-romagnola. La Chiesa, custode della verità del
vangelo e della sana dottrina, èchiamata a un serio discernimento
anche nei confronti di questi movimenti. Quali i fattori che
sollecitano oggi il desiderio e la speranza di riuscire a comunicare
con i defunti? E quali i problemi che questi fenomeni vanno suscitando
presso la coscienza cristiana?
Le morti violente
12. Viviamo in una
civiltà piena di pericoli, in cui le morti per causa violenta, spesso
in giovane età, sono sempre più frequenti. Si pensi alle vittime della
strada, soprattutto alle «stragi del sabato sera», alle vittime sul
lavoro o negli sport pericolosi, alle vittime della droga, al suicidio
dei giovani.
Perdere un figlio, un genitore, un parente, un amico,
a seguito di queste tragiche situazioni crea sconforto, sensi di
colpa, solitudine, sentimento di impotenza e di assurdità.
Nessuna
meraviglia che, oltre il conforto che può venire dalla vicinanza degli
altri familiari, dalla solidarietà degli amici e dalle verità
consolanti della fede e della speranza cristiana, coloro che vengono
provati dalla perdita imprevista e tragica di un proprio congiunto
sentano il bisogno di avere le notizie che non hanno potuto avere, di
sentire vicino lo scomparso, di sapere come sta, di ascoltarne ancora
la voce. Tale ricerca di contatto con i propri defunti, vissuta un
tempo solo come desiderio, trova oggi più facilmente accoglienza nel
diffuso fenomeno dei movimenti che presumono di comunicare con
l'aldilà.
La comunicazione con l'aldilà
13. Sono ormai
diversi i movimenfi e i gruppi sorti con il preciso intento di mettere
i vivi in comunicazione, o direttarnente o tramite medium, con i
propri defunti. A questo scopo si vanno moltiplicando convegni,
seminari di studio, week-end di incontri su temi particolari, sempre
legati a una spiritualità protesa al contatto con l'aldilà. A essi
convengono sempre più persone in lutto che vanno ad ascoltare relatori
che trattano della speranza di comunicazioni ultraterrene.
Non si
tratta di un fatto nuovo, come rileva un'ampia e documentata
letteratura in proposito; pratiche di comunicazione con i defunti
riempiono la storia delle credenze dell'umanità, dal primitivi fino al
nostro secolo. Particolarmente esteso è il fenomeno delle
comunicazioni con i defunti nell'Ottocento e nel Novecento, con la
nascita dello spiritismo e delle pratiche medianiche, che nella loro
ideologia di fondo positivista e sincretista già hanno conosciuto la
condanna da parte della Chiesa.
14. Alla crisi
ideologica dello spiritismo oggi sembra subentrare, almeno in Italia,
una forma di evocazione degli spiriti ritenuta più compatibile con la
religione, meno polemica con la Chiesa stessa, anzi più alla ricerca
di dialogo e di consenso da parte della gerarchia ecclesiastica. A
conferma della presunta ortodossia viene portato il fatto che ai
movimenti aderiscono e vi operano, oltre laici e laiche di chiara
estrazione cristiana, religiosi e sacerdoti, tra i quali alcuni
notissimi per l'attività che svolgono all'intemo della comunità
cristiana. In alcuni di questi incontri è stata celebrata anche la
messa. Ma non basta a garantire la legittimità di queste iniziative la
presenza di sacerdoti, i quali sempre sono tenuti a chiedere al
vescovo l'autorizzazione, che non si vede del resto come sia possibile
concedere.
Di fatto emergono idee, comportamenti e tecniche che
suscitano seri dubbi sulla ortodossia di tali movimenti. Anzitutto in
rapporto alla fede. Il senso della morte, la certezza di una vita
oltre la morte - e non solo dell'anima, ma anche del corpo, nella
risurrezione finale - e il conforto per la morte di una persona cara
derivano a un cristiano dalla parola di Dio; sono un atto di fede in
Colui che «non è Dio dei morti, ma dei vivi» (Lc 20,38). Sollecitare
messaggi dai morti per nostra sicurezza è non fidarsi della parola di
Dio; è, cosa ancor più grave, fidarsi più di messaggi umani - posto
che siano veri e reali - che del messaggio del Dio della vita.
Emergere del mondo virtuale
15. A dare ulteriore
parvenza di credibihtà a tali movimenti è anche il progresso
tecnologico, al quale le attuali forme di comunicazione con l'aldilà
inclinano. Si tratta del ricorso a sofisticati mezzi tecnologici
(registratore, computer, telefono, radio, televisione...) e a metodi
particolari di contatto con i defunti come scrittura automatica,
messaggi in codice, segnali vari.
L'uso di questi metodi dà solo
l'illusione di comunicare. In realtà si comunica con se stessi, o
meglio, con l'immagine del figlio o del defunto che è nel proprio
inconscio. Bisogna comprendere e rispettare il dolore di chi si
accosta a questi metodi, ma il cristiano deve trovare in Cristo il
fondamento della sua speranza, la certezza della sua consolazione. Se
Cristo, nostra speranza, non basta, si finisce per cadere in movimenti
che acquistano i contorni di una setta derivata dal cristianesimo ma
che si pone fuori dal cristianesimo. Inoltre il cristiano, come del
resto ogni uomo di buon senso, non è esonerato dal dovere di un
discernimento critico sui mezzi che pretendono di evocare una
comunicazione con i defunti.
16. Non è neanche
da escludere, quando l'uso di questi metodi di comunicazione tramite i
mass media è assunto in gruppi che si dicono dentro la Chiesa, che si
istituisca una sorta di «chiesa virtuale», in analogia con il modello
di utilizzazione dei mezzi di comunicazione diffuso negli Stati Uniti
e nell'America Latina. Si configura così una sorta di «chiesa
elettronica» o semplicemente virtuale, dove emittenti religiose,
ricorrendo alle più raffinate tecniche pubblicitarie, costituiscono
vere reti di comunicazione tra un pubblico di utenti-fedeli e la
predicazione di un personaggio. Si calcolano a milioni gli americani
che esprimono - con offerte e dichiarazioni di conversione - la loro
adesione a una «chiesa» che in realtà è soltanto una emittente
televisiva, una chiesa «virtuale».
Questa constatazione - visto il
processo di globalizzazione degli stessi fenomeni religiosi, che non
sembra risparrniare neanche il nostro paese - non deve certo portare
al rifiuto sistematico del ricorso ai mezzi tecnici, ma deve piuttosto
portare a riconoscerne i limiti. I canali privilegiati
dell'evangelizzazione, della catechesi e di ogni altra comunicazione
cristiana, rimangono quelli costituiti dall'incontro personale con la
Parola di Dio e con la comunità credente. Questa comunità di fede non
potrà mai ridursi a quella convocata attorno a una radio, a un
televisore o a un libro.
Voci e messaggi dall'aldilà vengono
ritenuti una vera e propria conferma delle verità di fede, quando in
realtà non è da escludere un'interpretazione che ragionevolmente legge
questi fenomeni come espressioni dell'inconscio. Anche il bisogno
umanamente comprensibile di comunicare con un proprio congiunto,
alimentando l'illusione di continuità fisica con il defunto, alla fine
porta a una sorta di fuga dalla realtà della morte, che così viene
ridotta quasi a morte solo apparente. Sono fenomeni che inclinano a
una forzatura della tradizione cristiana, la quale, al contrario,
promuove la comunione spirituale con i propri defunti nella preghiera
reciproca, nella memoria degli esempi di vita che hanno lasciato,
nella vigilante attesa della beata risurrezione. Diversamente la fede
in Gesù Cristo e la speranza nella risurrezione, senza volerlo,
vengono svuotate del loro vero significato.
Il fascino dell'Oriente
17. Molti dei nostri
contemporanei, qui in Occidente, anche per i frequenti contatti con
paesi come l'India e il Tibet, subiscono il fascino della visione
orientale delle cose, e cercano nelle relative tecniche un balsamo per
la propria anima sofferente. Nessuna meraviglia che nella spiritualità
dei movimenti che propongono una qualche forma di comunicazione con
l'aldilà, insieme con elementi tipici della spiritualità cristiana, si
vengano a mescolare elementi estranei o addirittura contrari, come la
dottrina della reincamazione.
A volte si ha l'impressione di
entrare in un grande mercato comune di credenze religiose, come un
self-service, dove ognuno compie la sua scelta secondo ciò che gli
conviene. Perfino alcuni cristiani sono in questo modo convinti che la
dottrina della reincarnazione possa essere un felice complemento per
la loro fede nella risurrezione.
Con la parola reincarnazione viene
denominata una dottrina la quale sostiene che l'anima umana dopo la
morte assuma un altro corpo, e in tal modo si incarni di nuovo. Nel
modo di pensare di molti uomini del nostro tempo, questa vita terrena
è percepita come troppo breve per poter porre in atto tutte le
possibilità di un uomo o perché possano essere superate o corrette le
mancanze commesse in essa. Diventerebbe così possibile rifarsi una
vita.
18. Se così fosse però, nella pluralità
delle vite, verrebbe meno la coscienza della serietà della vita
presente e il senso di responsabilità personale. C'è da chiedersi
anche come mai l'uomo vivente non ricordi niente degli eventuali
vissuti precedenti. Alla base di questa teoria, che non ha nessuna
controprova, c'è l'idea in fondo che l'uomo non sia in grado di
decidere il suo destino con vera consapevolezza in questa
esistenza.
Come si sarà notato, la reincarnazione non è un articolo
venduto separatamente. Con la reincarnazione viene infatti avanzata
una visione diversa di Dio, dell'uomo, della storia e della
salvezza.
L'incompatibilità della dottrina della reincarnazione con
la visione cristiana della vita presente è perciò evidente se la si
confronta con il carattere personale dell'incontro dell'uomo con Dio
e, quindi, della stessa risurrezione dei corpi. Cristo stesso è
risorto, non si è reincarnato.
FORME E FIGURE DI
ACCOMPAGNAMENTO
19. Il proliferare di
questi movimenti mostra in modo evidente l'urgenza di quella «nuova
evangelizzazione» di cui il santo padre si è fatto, in questi ultimi
anni, testimone e portavoce instancabile. I movimenti di comunicazione
con l'aldilà, le pratiche di evocazione dei defunti, la ricerca di
messaggi consolatori dall'altro mondo sono il segno di un bisogno di
significati e di risposte che la società odierna non sembra in grado
di offrire, specialmente nel quadro di una crescente insicurezza e
fragilità.
Si cerca, in altri termini, con questi movimenti, di
compensare il vuoto esistenziale che caratterizza la precarietà del
nostro tempo. Entro gli spazi di questo vuoto - che coinvolge anche i
cristiani che non hanno maturato una fede adulta - si pone l'urgenza
di un rinnovato annuncio, autentico ed entusiasmante, del vangelo e
della grazia di Cristo. Quali dunque le attenzioni pastorali e i
suggerimenti concreti che questa situazione sollecita alle nostre
Chiese, ai fedeli, ai sacerdoti e al magistero dei vescovi?
Evangelizzare
20. Occorrerà prima
di tutto evangelizzare il senso cristiano della morte, della
risurrezione, della comunione spirituale con i defunti, non dando per
assicurate le verità che fondano e
compongono l'insieme dei
contenuti della speranza cristiana. Si tratta di aiutare i cristiani a
riporre la loro speranza in Cristo e non in improbabili messaggi
dall'aldilà.
Sono da valorizzare innanzitutto le forme della
pastorale ordinaria - predicazione, catechesi, celebrazioni di messe
per i defunti - capaci, se adeguatamente illuminate dalla Parola di
Dio
e dalla tradizione spirituale della Chiesa, di offrire come
vivo e attuale il messaggio cristiano sull' aldilà e sul nostro
rapporto con i defunti che ne consegue. Non basta dimostrare la
solidarietà con i farniliari in lutto.
21.
Occasione privilegiata per annunciare il vangelo della speranza
crisfiana è ancora la celebrazione della liturgia fimebre, che
tradizionalmente raccoglie familiari, parenfi, amici della persona
defunta, anche se non tutti assidui praricanti. Alcuni mettono piede
in chiesa solo in questa occasione, altri vi ritornano dopo un lungo
periodo di assenza, toccati dall'esperienza della morte. Normalmente
queste circostanze, dispongono favorevolmente ad accogliere il
messaggio cristiano, e sarebbe davvero un'occasione persa se la
liturgia funebre non diventasse una scuola di fede.
Troppe volte
anche la catechesi, adeguandosi alla tendenza dell'attuale società che
considera tabù o cattivo gusto parlare della morte, contrae o
addirittura lascia cadere tra i suoi argomenti quello della morte,
della vita eterna, della risurrezione.
22.
Nucleo centrale della predicazione è veramente il primato della
risurrezione di Cristo. Come insegna S. Paolo, «Se Cristo non è
risuscitato, allora è vana la nostra predicazione, ed è vana anche la
nostra fede» (cf. ICor 15,14). La centralità della risurrezione di
Gesù rivela che questa è la Parola ultima e definitiva di Dio
all'uomo, e che è parola di vita, non di morte. Non possiamo
dimenticare, poi, che la predicazione, attuata nella celebrazione
eucaristica, non si limita ad annunciare, ma insieme dà la possibilità
di parteciparvi. Chi crede, prende parte a ciò che è avvenuto nella
Pasqua del Signore.
La verità della risurrezione chiede dunque
l'atto di fede. E Gesù Risorto stesso che lo richiama all'apostolo
Tommaso: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non
avendo visto crederanno» (Gv 20,29). Come agli altri apostoli, alle
donne e ai primi discepoli, anche a Tommaso, Gesù Risorto non ha
mancato di farsi oggetto di visione, in quanto chiamato a essere
testimone oculare della Pasqua del Signore. Ma, prospettando la natura
della fede di coloro che avrebbero creduto alla testimonianza
apostolica, Gesù tesse l'elogio della fede nel Risorto senza
necessariamente pretenderne il segno.
Vigilare
23. L'invito a
vigilare è frequente nel Vangelo e in tutta la Sacra Scrittura.
Vigilare anzitutto contro le insidie di Satana, che può servirsi anche
del dolore e dello smarrimento per la morte
improvvisa o violenta
di persone care, per far deviare dalla fede. È sempre attuale
l'esortazione dell'apostolo Pietro: «Vigilate: il vostro nemico, il
diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare» (lPt
5,8). È opportuno quindi che in qualche momento dell'evangelizzazione,
con discrezione, i fedeli vengano messi in guardia dall'insidia che
viene tesa alla loro fede da parte di movimenti che offrono una
speranza non fondata sulla Parola di Dio, ma su esperienze e tecniche
umane.
Vigilare, perché non sappiamo né il giomo né l'ora in cui il
Signore busserà per invitarci a «passare all'altra riva» (cf. Mc
4,35). Per stimolarci a questa vigilanza, Gesù non ha esitato a
paragonarsi al ladro che entra in casa all'insaputa del padrone:
«Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della
notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la
casa. Perciò anche voi state pronti, perché nell'ora che non
immaginate, il Figlio dell 'uomo verrà» (Mt 24,43-44). Dietro ogni
morte improvvisa c'è un forte richiamo a stare pronti «con la cintura
ai fianchi e le lucerne accese» (Lc 12,35).
Vigilare per cogliere
il messaggio che giunge da una morte violenta. A chi gli recò la
notizia di una morte violenta, anzi di una strage (una sommossa di
Galilei soffocata nel sangue dal govematore romano), il commento di
Gesù fu: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i
Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi
convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Lc 13,2-3). La morte
violenta riprende e ripete con il sangue, più che con le parole
il messaggio con cui Gesù ha aperto la missione: «Convertitevi e
credete al vangelo» (Mc 1,15). Se ci aiuta a convertirci, a cambiare
mentalità, a prendere più sul serio il vangelo, per affermare nel
mondo il valore della vita e la forza dell'amore, anche la morte
violenta acquista un senso, perché entra nel progetto di Dio, sempre
però rispettoso della libertà umana.
24.
Vigilare e pregare. È l'invito che Gesù ha rivolto con insistenza ai
suoi nell'affrontare la morte, l'ultima sera della vita: «Vegliate
epregate» (Mt 26,41). Vegliare è l'atteggiamento che tutta la comunità
cristiana rivive la notte di Pasqua, pregando e meditando, in attesa
della beata risurrezione del suo Signore. Raccogliersi nell'abitazione
del defunto, con i familiari, gli amici e i vicini di casa, e vegliare
pregando, cantando, meditando la Parola di Dio è genuina tradizione
cristiana. Con un'attenta scelta di letture bibliche, la Parola di Dio
ascoltata e pregata, è particolarmente indicata per aprire gli animi
alle grandi verità della fede: essa proclama la vittoria di Cristo
sulla morte, infonde la speranza di ricongiungersi con i propri cari
nel regno di Dio, ravviva la pietà verso i defunti, fa emergere
l'esigenza di una vita maggiormente improntata al vangelo.
È
raccomandabile, nei casi di morte improvvisa o violenta, che questa
tradizione si sviluppi in più incontri, anche in forma comunitaria:
visite periodiche alle famiglie, gruppi di ascolto e di preghiera,
ritiri spirituali espressamente dedicati alla conversazione e
alla consolazione con le persone in difficoltà.
Accompagnare
25. Particolarmente
difficili, per le persone colpite da grave lutto, i giorni e i mesi
che seguono immediatamente dopo il funerale: sono i momenti dello
sconforto, del dubbio, della solitudine, nell'attesa di un qualche
improbabile segno. Particolarmente i quei momenti occorre farsi
vicini, accompagnare le persone nella loro sofferenza. È quindi
urgente, nelle nostre comunità, la presenza di un nuovo ministero: il
ministero della consolazione.
Dovrebbe costituirsi, sotto l'azione
dello Spirito, un gruppo di persone, dotate di una particolare
sensibilità umana e spirituale - meglio riscontrabile in chi è già
provato da qualche esperienza dolorosa - con la missione di mettersi
accanto a chi è stato colpito da un grave lutto familiare, per
aiutarlo a vivere, alla luce della fede e con il coraggio della
speranza, il momento della prova. I tempi e le modalità della missione
debbono essere studiati in base alle persone colpite dal lutto, la
loro situazione familiare, il loro livello di fede, le concrete
circostanze in cui si sono svolti i fatti. Alcune proposte a titolo
indicativo:
-
non solo visitare le persone colpite
dal lutto, ma accompagnarle; mettersi loro accanto, con la massima
discrezione, ma con il coraggio che viene dallo Spirito, per far
loro sentire il conforto della fede e la solidarietà della
comunità cristiana;